domenica 24 gennaio 2016

Jogging [ 5/12/2012]

Dentro casa fa caldo termosifoni al massimo fuori freddo becco, metto la tuta imposto l'mp3 su radio deejay , c'è Albertino che fa Fifty Songs e intercala con voci preregistrate di tipiche teenagers milanesi con i loro “veramenteeeee” con inflessione molto corso Buenos Aires sabato pomeriggio nel passeggio sui marciapiedi pieni zeppi di nipponiche gravide di sacchetti firmati, arabi sigaretta impanata in bocca e odori acri da lavapiatti, metto la tuta i guanti e il cappellino di lana ed esco. Passo accanto a villette recintate che ospitano cani che abbaiano al mio passaggio di alieno, vecchi proprietari sull'uscio fumano una sigaretta e mi guardano costernati, imbocco la curva e comincio a correre , ma di giustezza, un passo via l'altro, con la musica sparata a palla nelle orecchie che mi isola dal traffico automobilistico del sabato mattina, di chi è stressato perchè deve fare tutto ciò che non è riuscito a fare during the week, perchè non in possesso di sufficiente tempo liberato dal lavoro, poi un'altra curva e passo in un budello verde che si apre in mezzo a palazzoni , foglie secche e umide giacciono sul sentiero e ammortizzano la mia schiena insicura per un' ernia di dieci anni fa non operata e rinsecchita, ma sempre lì, pronta a mordere, come un continuo richiamo che sembra inspiegabilmente attivarsi tutte le volte che penso qualcosa di negativo su qualcuno, ernia del disco, penso, sarai mica un inserto del Budda? Intorno canali irrigui con passaggio di folaghe e gallinelle e ratti e nutrie e stanchi vecchi che passeggiano in mezzo alle foglie gialle e agli alberi scheletriti che fanno da sentinelle ai bordi , disarmati e sconfitti, in rotta, a difesa di un mondo che scompare sotto i colpi della cementificazione. Sbuco in una strada di Buccinasco dove condomini silenziosi e immensi circondati da giardini di plastica fanno da cornice al ritmo percussivo dei miei passi, mentre il cielo turchese con un sole latitante da tempo favoriscono un inizio di sudorazione che mi comincia a buttare fuori un kebab di falafel e la birra corona con tutti i suoi coloranti e122 eccetera della notte precedente, e mentre corro penso che non ho mai tempo per chiamare gli amici o mia madre e mio padre o mio fratello o fidanzate che resistono abbarbicate a me come cozze patelle sullo scoglio della loro vita, mentre nel frattempo ascolto le canzoni più ascoltate in radio restandomi impressa una che ripete all'infinito il nome di Barbara Streisand con una pronuncia yankee che lo rende musicale e figo, il  fiato esce come il fumo di sigarette senza filtro che fanno da base a canne fumate di nascosto e con la voluttà veloce del  proibito,  rondini inesistenti mi danno il benvenuto annunciando una primavera finta come boccate al vapore acqueo di una sigaretta elettronica fumata nel vagone di un treno a lunga percorrenza in perenne ritardo, la fontana della rotonda in fondo alla strada è spenta e l'acqua resta nelle sue tubature senza chiedersi se a gestirla sarà un magnate idrocefalo che la renderà preziosa come l'uranio. Attraverso un giardino pieno di panche di pietra e alberi spogli dell'inverno dove di solito di notte ragazzi minimalisti fumano canne massimaliste in omaggio ad una rivoluzione che non faranno mai, i piccioni beccano bacche invisibili standosene appollaiati sui rami di alberelli piegati dal freddo. Quattro querce sempreverdi mi abbracciano mentre io passo sotto le loro fronde incontrando ragazze timorate di Dio che pascolano cani che hanno facce di politici corrotti, e dieci oche guardiane mi sbarrano il passo costringendomi ad un tautologico giro dell'oca , permettendomi di fare la volata lungo il muro di un cimitero , cambio mano alle chiavi di casa che porto sempre con me e mi segno con la croce in omaggio ai miei avi sepolti nei cimiteri subtropicali del Salento, e ogni volta mi chiedo se l'anima esista davvero e se una volta morti incontreremo ancora chi ci ha lasciato per primo o se Dio ci lascerà attraversare i mondi delle trasparenze alla ricerca di domande che non siamo riusciti mai a fare a chi non c'è più, e infine, quasi sempre, decido che devo ammortizzare i passi e conformarli al terreno accidentato che sto per affrontare.  Mi insinuo in un percorso verde che mi porta a passare sotto un ponte che ospita il traffico automobilistico della tangenziale, che, violento e inarrestabile come uno tsunami di vetrometallo, vomita sull'asfalto drenante la sua teoria di mezzi meccanici guidati da mezzi uomini o uomini interrotti in questo sabato pomeriggio in cui non si riuscirà a fare tutto quello che non si è riusciti a fare negli altri giorni della settimana , centuplicando la frustrazione. Passo nei pressi di una chiesetta e ho Rihanna in cuffia, la barbadiana mulatta che vende musica mostrando il culo, sulla sinistra ci sono due nicchie che ospitano statue di madonne per il momento esangui, e sul lato opposto, alcune cascine inalberano bandiere della Lega Nord, mentre vecchie signore affacciate alle finestre gridano  da lontano , in una coazione a ripetersi all'infinito, il lamento di una vita che  non è stata vissuta imputandolo a neri africani che raccolgono pomodori vicino a baracche fatiscenti che diventeranno le loro tombe, mi segno ancora con la croce perchè come dice mio padre non bisogna credere ma bisogna pensarci, e mi involo così lungo una strada asfaltata che fa  da rettifilo nei pressi di una stazione di servizio con lavaggio automatico e vicino alla quale mi fermo per allacciarmi le scarpe. Giovani fumano in fila in attesa del proprio turno e altri meno giovani che ce l'hanno fatta ad alzarsi prima indugiano con schiume , pompe e pelli di renna spelacchiate sottratte alle mute di immaginari Babbi Natale, trattando le loro macchine meglio delle proprie scontate mogli piene di rughe , bigodini e olezzanti di strutto. Riprendo a correre e mi involo sul rettifilo di cui prima, lungo il limine sinistro della strada, mentre passano a velocità supersoniche  utilitarie gravide di singoli uomini inutili ,  e mentre cornacchie grigie gracchiano in volo riscuotendo la mia ammirazione per il loro multitasking. Sul bordo strada una croce di marmo con una foto al centro testimonia di una giovane vita stroncata in quel punto, sullo sfondo della tangenziale che manda un costante rumore di sottofondo come una folla da stadio di calcio che celebra più che un gol o uno scudetto la retrocessione del genere  umano. Mi viene in mente che una mia amica di vecchia data vedendomi dopo molto tempo con i capelli grigi  mi ha chiesto cosa mi fosse capitato e io non ho saputo fare meglio che rispondere che a Milano nevica, e aumento l'andatura in vista di un pioppo spoglio che  nonostante la sua nudità non mi eccita per nulla. A tre quarti di percorso, per equazione matematica, dovrei aver abbattuto almeno una tre quarti Moretti , penso, e faccio per involarmi verso la fine dell'allenamento, senza però rilassarmi all'idea che dopo berrò acqua a fiumi come un assetato disperso nel deserto afgano teletrasportato da dio davanti alla fonte di una qualsiasi acqua minerale, ingannando la propriocettività dei muscoli, per non sentire la fatica, perchè se pensi che correrai tutto il giorno, allora il cervello immagina che quell'ora sarà solo un antipasto e ti consente di completarla in surplace, inganni della mente, esperimenti dettati dalla curiosità dello scienziato che non sono mai stato ufficialmente...Torno indietro e faccio un tratto che d'estate ho battezzato col nome di “valle di lacrime”, perchè di solito in quel punto sento il massimo dello sforzo e perchè mi viene sempre in mente Tex Willer e quel suo motto burbero  che cita sempre quando vuol definire un mondo che si crede bastante a se stesso , e superatolo ripasso davanti alle madonne che una volta tanto non mi scappano, e filo via in progressione specchiandomi nei vetri della porta di un bar che non esiste più per cessata attività di un proprietario che passa il tempo a pascolare i suoi segugi tra gli sterpi residui di granturco dei campi limitrofi. Le cuffie e Albertino coprono con la loro leggerezza l'inquinamento acustico di quel minuto in cui milioni di macchine mi passano in testa con la stessa velocità con cui l'idea della loro esistenza uscirà dalla mia testa, mentre sono sotto il ponte e schivo una bicicletta con sopra  un vecchio che guidava senza mani pur non avendo mai rubato nulla in Iran. Ancora un duecento metri e riattraverso il parco , poi il rettilineo finale sulle foglie secche, cercando si non scivolare, con pensieri senza pensieri, perchè non sono costretto a farlo, esistono già , devo solo lanciare la rete e catturarli, ma con calma, passo dopo passo, secondo il mantra di un guru dell'ultramaratona non ancora conosciuto che dice di partire piano e poi rallentare, che questo è il segreto per arrivare sempre. Una volta che mi sono fermato ansimo come un bisonte sopravvissuto ai cacciatori bianchi che lo volevano uccidere per posa, e non per bisogno, e al passo veloce, cerco di riabituare il cuore per gradi al battito normale, bradicardico battito bradipico del me stesso normale e calmo modello yogi indiano. Più avanti una staccionata mi aiuta a fare un po' di stretching, come un vecchio santone appena uscito da una meditazione seduto che gli abbia anchilosato gli arti o come un gatto che si rilassa mentre guarda il suo padroncino stressarsi per non arrivare tardi al lavoro. E mentre torno verso casa mi accorgo che ho già fatto tutto questo milioni di anni fa, solo che non c'erano macchine, gli alberi erano rigogliosi, i palazzi invisibili, il mio Dio era una cascata davanti alla quale facevo il gesto dell'acqua che cade, l'anima era immortale e riposava nei ricordi di chi restava e si prendeva tutto il tempo per curarli, la musica erano i versi degli animali e il premio per la mia corsa era qualcosa di caldo da mettere sotto i denti. Allora lo chiamavamo vivere, oggi lo chiamiamo jogging.

domenica 10 gennaio 2016

El hombre de marmo



"Bisogna ammettere che i membri della squadra di cross erano davvero persone molto diverse. Avevano un fisico solido, capelli lunghi e incolti, raramente si rasavano. Sembravano più un gruppo di taglialegna che non degli atleti. Indossavano calzoncini sformati, calzini di lana ruvida e berretti di pelliccia sintetica, anche quando faceva un caldo asfissiante. Di rado i capi di vestiario li abbinavano. Gli atleti da pista invece erano alti e dinoccolati: erano velocisti con gambe lunghe e magre e spalle strette. Indossavano lunghe calze bianche , canottiere che ben si armonizzavano con gli altri capi d'abbigliamento e calzoncini  così corti, da far intravedere le natiche. Erano sempre in ordine anche a fine corsa. Gli atleti del cross tiravano tardi la notte nei coffee shop e leggevano libri di Kafka e Kerouac. Di rado parlavano della corsa. Era semplicemente una cosa che facevano. Gli atleti da pista , invece, erano ossessionati. Sapevano parlare solo di velocità, raramente facevano più tardi delle 8 di sera, anche durante i fine settimana. Trascorrevano un quantità incredibile di tempo a scuotere braccia e gambe e a sciogliere i muscoli. Facevano stretching prima durante e dopo aver usato la testa. I ragazzi del cross, invece, non facevano mai stretching. I ragazzi della corsa su pista correvano a tappe e tenevano dei diari nei quali riportavano i chilometri percorsi. Portavano strani orologi con funzione lap, che permette di cronometrare i tempi e di memorizzarli. I ragazzi del cross non prendevano appunti. Trovavano un sentiero e cominciavano a correre. A volte le corse duravano un'ora a volte tre. Dipendeva da come si sentivano quel giorno. Dopo la corsa rivolgevano la propria attenzione su qualcos'altro, in genere al surf. Io mi sentivo più attratto dalla squadra di cross, in parte perchè mi piaceva fare surf, ma soprattutto perchè mi ritrovavo nella loro cultura". Dean Karnazes, in "Ultramarathon man", ed. Piemme.

Ecco adesso sapete cos'è per me la corsa. E' solo una cosa che faccio, nient'altro. E voglio che resti tale. Perchè la vita è fatta di tante altre cose che ti scaraventano per terra e ti riportano alla realtà che nessuno è immortale o strafigo per sempre e che la cosa più importante è provarci comunque. Anche se si sa che non si può vincere. A volte anche quella di finire qualcosa è una vittoria. Queste pagine di Karnazes, un ultramaratoneta che corre per beneficienza delle gare al limite della resistenza umana, trasmettono lo spirito giusto. Al contrario di Baldini, che nell'ultima maratona per gli europei di atletica, verso metà gara, quando ha capito che non poteva vincere si è ritirato.

 Jesus Angel Garcia invece, uno spagnolo di quaratun'anni, detto "el hombre de marmo", l'ho visto sbuffare nella cinquanta chilometri di marcia [ europei di Barcellona 2010] e rimontare avversario su avversario con una determinazione rocciosa e una gioia dentro incredibile, fino a giungere quinto. E se la gara fosse durata di più c'è da giurarci che avrebbe fatto strame degli altri concorrenti. Mentre il nostro italianuccio, Schwarzer,  si ritirava dicendo alle telecamere che lui non si diverte più. Ma io dico, invece di fare la pubblicità a Kinder fette al latte e di farsi mantenere dai gruppi sportivi militari, pagati dalle nostre tasse, perchè non va a lavorare? Secondo voi a chi deve andare la mia ammirazione? La mia ammirazione sul piano umano, prima che atletico , va a quegli  uomini che sfidano i propri limiti e corrono senza astio nei confronti di nessuno, senza cronometri, con l'orologio biologico del tempo che passa e loro ancora lì a inseguirlo, prima che gli sfugga del tutto. Correrò per sempre, non per vivere più a lungo, ma perchè il movimento è libertà...solo quegli attimi in cui sei al massimo dello sforzo, dopo un'ora di corsa e la tua mente vola in altri mondi e i tuoi ventuno grammi d'anima vorrebbero liberarsi dall'involucro del corpo sotto sforzo, solo in quei momenti, un uomo si sente veramente libero. Poi dopo la doccia, riprende la vita. Ma resti felice, perchè ti resta dentro quel piccolo viaggio astrale, quel momento zen, che custodisci per tutto il giorno come un piccolo tesoro inestinguibile.
Buona giornata e buona fortuna.

Come una Bossa Nova

E' notte, in cuffia Radio Bossa Nova FM mi fa viaggiare tra le spiaggia brasiliane, sotto l'ombra delle palme, col viso accarezzato dalla brezza, in bocca il sapore asprigno della caipirinha, in lontananza fanciulle mulatte dai corpi sinuosi e ofidici ancheggiano lanciando sguardi in tralice che emanano riflessi come di marlyn che tentino di slamarsi da ami di  pingui pescatori seduti su grandi yacht d'altura, ancestrali urubu neri si stagliano sull'orizzonte ingentilito da una nebbiolina azzurrina come dopo un'esplosione, odore di olio di cocco, posso vedere  i grattacieli del litorale di una qualsiasi città brasiliana rimpicciolirsi mentre li guardo attraverso il microscopio di un bicchiere di birra Skol giallo paglierino sollevata da un uomo panciuto che sembra godersi ogni momento di questo starsene all'aria prevespertina del pomeriggio caraibico, rumori di sottofondo di mototaxi nordestini, ecco mi sembra di starmene seduto a pensare su una spiaggia nordestina, del Brasile più autentico, primitivo, atlantico e marino, mentre aquiloni solcano l'aria innalzandosi sull'oceano come caricature di aerei destinati a trasvolare l'atlantico, mentre sotto una baracca all'ombra ragazze dal somatico indefinibile , androgino, ma non per questo meno misterioso e affascinante, danzano il samba del pomeriggio su questa spiaggia dove il tempo sembra essersi fermato, dove non conta più nulla , a parte l'attesa e lo scorrere dei minuti che non terminano mai e gli sguardi che parlano standosene in silenzio e i movimenti di bacini, occhi, mani che fumano sigarette e spinelli alla buona , un sound system lancia tracce di forrò che fanno danzare tutti compresi quelli che siedono e si danno da fare a scarnificare pesci pargo appena arrostiti o polli arrostiti o arrosti misti cotti con la dovizia di una cerimonia del tè giapponese, ma con più calma , se possibile...perfetta cornice che permette e favorisce lo sviluppo di mille amori o di un amore, non importa, dell'amore, comunque, perchè l'amore non è fatto solo di corpi scolpiti, ambrati dal sole caraibico, non è solo fatto di dentature perfette, di sguardi sfuggenti, di occhi che sorridono e di anche che danzano l'hula hop del desiderio solo e semplicemente camminando, ma l'amore è anche e soprattutto atmosfera, energia che si assorbe dall'aria, nel clima, è energia combinatasi atomicamente dalla somma alchemica dei ventuno grammi di quelli di noi che non ci sono più e se ne sono liberati, per lasciarla libera vagare nell'aria, senza che nessun Dio possa mai avere l'ardire  di riuscire a irregimentare, che se dovessi darle una forma,  a questa energia, sarebbe quella delle facce delle ragazze che danzano il forrò sotto l'ombra di una baracca, facce indie, facce nere, facce mulatte, facce bianche teutoniche, rosse belghe, italiche venete , scure mediterranee , facce africa, facce pellerossa, facce inuit, facce nippo, facce ciaina, che tutte insieme compongono un'unica grande faccia verdeoro che è il continente brasiliano.

 E' notte e fuori è buio e c'è silenzio , nella periferia ovest di Milano, dove mi sono ritirato a vivere da oltre vent'anni e cerco di stare in equilibrio, con i miei sentimenti, con le mie emozioni, con le mie ragioni, con i miei valori, ma la vita è il vento che mi colpisce in viso e in faccia, come una tramontana gelida, mentre percorro un filo d'acciaio teso fra due grattacieli e sotto il vuoto più assoluto fatto di persone che mi guardano in attesa dell'evento tragico che dia un senso alla loro esistenza, per differenza, per sopravvivenza, cinque minuti di calda consolazione perchè è toccato a un altro e non a loro, cadere. Ma è giunto il momento per me di prendere il coraggio a due mani e di andare avanti sulla corda d'acciaio tesa fra i grattacieli di questa città stato. Senza aver paura di cadere, anzi forse avendo paura di cadere, perchè la paura genera attenzione, è vigile, mette concentrazione, mentre il coraggio uccide. Più che il coraggio l'eccessivo coraggio. I giorni scorrono inesorabili, i capelli si ingrigiscono, la pinguedine mi assale con l'autunno foriero di appetiti irrefrenabili antistress, nonostante il jogging quotidiano, almeno 45 minuti.

 Tutti i giorni dopo il lavoro, quasi in stato di trance, appena arrivato a casa dal lavoro, indosso la tuta e qualche vecchio maglione in disuso e senza troppo senso estetico modello runner milanese new generation, inforco delle scarpe da jogging neanche tanto tecnologiche e mi scaravento in strada. Via, nell'autunno incipiente, primi di ottobre, verso le sette e mezza di sera, ed è già buio, vado verso la mia quotidiana meditazione in movimento. Esco di casa a Corsico, cielo nero lavagna, intorno palazzoni di dieci e più piani popolati ormai in prevalenza da puttane nigeriane, matrone russe pettorute modello matrioska bodybuilder, esili polacchi emo, massaggiatrici cinesi, i soliti magrebini macilenti marlboro perennemente incollata al labbro secondo i classici dettami coranici del fumo male minore rispetto all'alcohol, reduci dal recente ramadan, e pochi stanchi calabresi e napoletani che resistono senza reali alternative auspicabili, mi inoltro nei vicoli dietro casa, sotto gli sguardi costernati di fastidio che dalle finestre e dalle villette intorno , nella strada che costeggia le finestre di casa, mi monitorano durante il passaggio, mentre cani ringhiano e abbaiano dietro le inferriate diventati cloni dei proprietari e delle loro idiosincrasie per il diverso da sé, nella fattispecie il jogger che nell'incipiente serata postlavorativa come un ninja forzato, in tutta scura e scarpe ginniche , prova a battere il tempo che passa , lo scazzo divanesco dello starsene in tv come ebeti o tossici in scimmia pura a lasciare che quella scatola emanante onde elettromagnetiche pensi per te, come si permette  questo strano individuo, che a quasi cinquant'anni, e non ha più l'età, di andarsene a correre a quest'ora, mentre tutti noi guardiamo il tg di Italia Uno e ci inebriamo nell'idiozia più totale dello slogan gridato che pubblicizza la medesima rete, mentre si parla volentieri delle tette di Belen, delle pseudofrocerie di Corona, e quasi mai o per niente dei morti ammazzati sul lavoro in ognidove in Italia, negli anni zero che sarebbero dovuti essere gli anni della sicurezza assoluta e della tecnologia che affranca l'uomo dalla fatica del lavoro...penso tutte queste cose mentre i cani abbaiano rabbiosi dietro le inferriate facendomi venire voglia di diventare il primo serial killer di cani a guardia di villette hinterlandiane milanesi. Prendo a sinistra e sento lo smog delle auto che mi pizzica il naso e la gola, mentre salgo e scendo dal marciapiedi, illudendomi che questo andare su e giù per i marciapiedi, schivare buche, saltare gobbe sull'asfalto semiporoso del paese , mi alleni tutti i distretti muscolari, come il primo bianco che corre come un keniano nella valle del Rift, dove decine di ragazzi neri africani, memori della corse di chilometri a piedi, per andare a scuola, con ogni tempo, hanno deciso di prendersi un riscatto sulla vita e sul mondo, continuando a fare quell'esercizio che li portava sui banchi davanti ad una lavagna raffazzonata e a gessetti mossi nervosamente da maestre dentibianchi improvvisate dell'ultim'ora ma non meno importanti e forse più pregnanti di professori liceali di un occidente evoluto ricco e povero di idee, primo bianco che corre a prescindere da un allenamento per qualsiasi gara, ma solo per la gara della vita, della sopravvivenza, la gara del mantenersi in salute e sani di mente, combattere il colesterolo e i grassi nel sangue del corpo e il colesterolo dell'anima, ancora più pericoloso. E mentre mi infilo su un viottolo sterrato che si apre in mezzo a pioppi che fanno il presentat'arm a canali irrigui limpidi che ospitano trote guizzanti, incontro quasi sempre dei tossici senza età, uno  piuttosto robusto in canotta estiva, persino in inverno, e pantaloni mimetici, con uno stanco pittbull con un'espressione senza espressione, con occhi languidi e cerulei, che pare in scimmia come il proprietario, proiezione canina del proprietario, il quale mi osserva sempre caracollare con la mia teoria sonora di passi strascicati sul brecciolino del viottolo in questione, ma io nel ricambiarlo col viso capisco che è lo sguardo truce del cobra negli ultimi attimi prima che la mangusta gli dia il colpo di grazia, fragile com'è, lui e i suoi colleghi di siringa o di vena, che di quando in quando spariscono dietro i cespugli di more perennemente spogli, come i rari alberi di fichi disseminati lungo questo percorso bucolico che si apre improvvisamente e improbabilmente nel bel mezzo dei quartieroni di palazzoni di Corsico, Buccinasco & company, spogli in realtà, perchè qualsiasi bacca o frutto non fanno in tempo a crescere che nugoli di pensionati che hanno tutto il tempo per godersi la miseria della recessione galoppante, li estirpano neanche giunti a maturazione, con quell'ottica di rapina che l'italiano medio di ogni latitudine si ritrova ad avere di fronte alla cosa pubblica.Poi di volata lungo un vialone, a destra campi di granturco d'estate o brulli d'inverno, gracchianti di cornacchie grigie in pasturazione, attraverso gli occhi delle quali faccio delle esplorazioni in zona, immaginando di trasformami in qualcuno di questi volatili che secondo Castaneda sono dei conduttori momentanei o permanenti di anime, ricognitori alati attraverso gli occhi dei quali uomini dotati di speciali capacità oniriche riescono a vedere e prevedere agguati di nemici e incombenze della vita. Qualche airone cenerino o bianco, attraversa il volo il vialone, mentre a sinistra condomini di due o tre piani immersi in giardini così curati da sembrare artificiali, stanno immobili e silenti come transformers congelati da qualche potenza aliena in attesa di attivarsi in un futuro prossimo venturo così lontano da immaginare che gli uomini se ne andranno in giro con le clave.Dopo una curva, vedo in fondo ad un altro vialone, una grande fontana, al centro di una rotonda che regola il traffico, mentre a sinistra, lungo la siepe dei condomini verdeggianti, qualche altro jogger si dà da fare per consumare delle costose scarpe nuove fiammanti appena acquistate da qualche negozio di settore dall'altisonante nome di “Paradiso del Runner”, tipico, questo aspetto di un popolo che non sa più improvvisare, ma che tende a svolgere tutto, qualsiasi cosa, in base a canoni di specializzazione, in ossequio alla cultura della specializzazione, la cultura delle varie  Bocconi e Luiss, dove ti insegnano a pensare solo con un lato del cervello, quello che serve a chi detiene le leve del potere economico e finanziario del pianeta. Oltre la fontana attraverso un parco dove spesso trovo uomini o donne di mezz'età, che accompagnano i cani a pisciare, così assomiglianti che qualche volta mi viene fatto di pensare che siano i cani  a portare loro a pisciare, e a volte mi fermo davanti a delle panchine di pietra a fare degli esercizi, per gli addominali o piegamenti sulle braccia, ma senza il fanatismo “marine” del fissato per la cultura fisica, ma più che altro per accertarmi dell'esistenza in vita delle altre parti del corpo che non siano le gambe motore giocoforza del corridore. Qualche volta le panchine del parco sono affollate di sbarbati dal viso albino e sbattuto che mi guardano circospetti e impauriti, mentre si rollano le loro canne di noia postprandiale o serale e mi guardano con odio, sfrecciare sulle passatoie di mattoni che serpeggiano in mezzo all'erba morta o tenuta in vita a flebo di pesticidi, mi odiano a prescindere, diverso dai diversi del neoconformismo tetracannabinolico, della serie se non fumi erba o hashish non sei della crew( almeno fosse vero hashish, è solo sterco incartaopecorito vendutogli da marocchini affabulanti meraviglie tossicologiche da inesistenti “Mille e una notte”). Svolto a destra e taglio per un pezzo d'erba e m'infilo in un viottolo a fianco di un nuovo compresso di palazzoni, sul mio lato sinistro un canale irriguo di acqua limpida e davanti a me due panchine quasi sempre vuote, lignee panchine che stanno all'ombra di due immense e imponenti querce che mi commuovono e che mi danno la sensazione di essere degli eroi arborei che sopravvivono come vecchi e immortali guerriglieri all'avanzata del cemento e dei quartieri di calcestruzzo nati da plastici di architetti spastici brillanti solo a rimpinguare i propri conti in banca e a sedersi ben abbronzati di lampada in studi televisivi a fare le star, tragicomico destino di chi ha progettato carceri dorate cinte da giardinetti finti, scale finte, cemento finto e balconi in anticorodal spacciato per glamouroso. Passo attraverso un ponticello di legno e faccio un altro pezzo di viottolo brecciato, in mezzo a due canali irrigui sui lati, dove talvolta vecchi “sciuri” in pensione se ne stanno in bermuda stinte a pescare con nipoti entusiasti di questo piccolo Quark in scala ridotta che darà loro l'illusione di sapere cos'è un pesce, idea che quel assai poco guizzante surrogato di trota che di quando in quando vedo dimenarsi alla moviola appena preso all'amo non potrà mai dare. Privo com'è, oramai della violenza tipica di tutti gli esseri liberi che rinuncerebbero alla vita pur di non finire in una casseruola, abituato a quei piccoli corsi d'acqua artificiali il cui corso è deciso dall'uomo, pesci detenuti, che hanno perso ogni orgoglio protervo di anelare alla libertà. Sulla sinistra mentre  faccio un pezzo di asfalto, mi appare il cimitero di Buccinasco, e mentre osservo quei lumini o quelle tombe con croci stinte o lignee e qualche parente con dei fiori in mano che chiude la macchina con un comando a distanza ed entra nel camposanto come sull'Enterprise di Star Trek e mi faccio la croce, così, come un antico gesto apotropaico in omaggio al paterno non ci credo ma ci penso, ma più che altro per ideale ossequio ai miei morti sparsi per i vari cimiteri appulosalentini, per tutte quelle volte che non ci vado, tutte le volte che passo da quelle parti, nutrendomi dei vivi e trascurando i morti e le loro tombe, che, si creda o non si creda, sono templi del ricordo, dove davanti ad una foto e ad un mucchietto d'ossa , uno finisce per parlare a delle anime o entità che non esisteranno più. Questo uccide gli uomini, non l'aids, la sifilide, la peste, il cancro, l'uomo lo uccide l'idea che alcune cose e , soprattutto, alcune persone, non tornino più e uno le tiene vive nei ricordi finchè un alzheimer o la vecchiaia incombente non stempera e sporca persino quelli. Epperò illuderci di essere individui superiori a qualsiasi altra specie del creato, ci lascia mostrare una hybris  fuori luogo che ci autorizza a travalicare ogni limite, sia nel buon senso che nelle atrocità. Adesso entro sotto un arco artificiale che annuncia che sto immergendomi in un percorso vita, non prima , però di essere passato sotto un ponte della tangenziale ovest,  mentre milioni di macchine ci passano su con una violenza inaudita, meccanica, elettronica e dromologica, milioni di persone che vanno o tornano dal lavoro, tutti soli, uno per macchina, quintessenza dell'individualismo solipsista imperante pietra angolare del consumo di merci. Passo all'interno di un complesso di casette di campagna, giusto davanti ad una vecchia cascina, dove una chiesetta, la chiesetta della Madonna bambina di Buccinasco , sempre chiusa solitaria e buia all'interno , mi accoglie con la sua presenza imperitura di un edificio bastante a se stesso persino nell'incombenza di sgretolarsi. Due madonnine a bordo strada mi impongono un nuovo segno della croce, questa volta ad invocazione di numi, se esistono o meno si vedrà, che mi aiutino a fare la salita che mi farà attraversare il ponte che ho già attraversato sotto il fondo stradale. E vedo già, a metà salita l'enorme interminabile teoria di macchine che insieme producono quel caratteristico rumore di traffico, di fervore meccanico, quasi un urlo da stadio, più uniforme e monotono, della tangenziale ovest, mentre sulla mia sinistra una grande risaia mostra nello specchio dell'acqua che la inonda nuvole grigie  proteiformi che mostrano facce di Padre Pio, Cristi in croce , teste di Che Guevara col basco che fumano un sigaro, dirigibili tedeschi, Corto Maltese sulla plancia di un veliero o Tex Willer a cavallo in cerca di un pezzo di deserto per un bivacco ritemprante. A centro  ponte vedo milioni di macchine passarmi sotto e tutti mi guardano sfrecciare sul ponte con la mia andatura stanca e caracollante e pensano con invidia malcelata allo sfigato che sono, incapaci solo di lontanamente concepire che in quel momento sono l'uomo più felice della terra. In quel momento i miei sensi al massimo dello sforzo sono anestetizzati  all'ennesima potenza, potrebbero spararmi o infilzarmi con una freccia di balestra che non potrebbero fermarmi, le endorfine al massimo, come sotto l'effetto di mille dosi di morfina, ed ho tutto dentro come qualsiasi altro essere umano, sto solo scoprendo le mie potenzialità...che questo è in fondo che si richiede all'uomo, questo deve essere il suo scopo precipuo in questa vita, portare al massimo livello la sua ricerca di conoscenza sul mondo e su se stesso nel mondo, potrei abbracciare tutti gli esseri viventi sentendomi armonico con loro proprio perchè non sembra importarmene per nulla di loro proprio perchè me ne importa  e c'è buddismo in questo, c'è taoismo, e ce l'abbiamo tutti dentro solo che non sappiamo come si chiama, non sappiamo riconoscerli, potremmo chiamarlo in onore della cultura cristiana, lo spirito santo. Non c'è bisogno di credere, basta staccare il cervello dalle incombenze materiali del vivere, anzi dalla dittatura della produzione di beni e servizi per altri, anche solo per una quarantina di minuti, tutti i giorni, chi con la corsa, chi con lo yoga, cucinando o bevendo una ceres o un tè verde al bergamotto, lontani da quell' eleusino oracolo tecnologico della tv, che ecco che tutti noi siamo in grado di riconoscere quel momento zen che dà un senso compiuto alla nostra vita. In discesa a rotta di collo, in mezzo a capannoni industriali, mentre chiudono e gli ultimi dipendenti fumano la sigaretta della staffa prima di mettersi in macchina e percorrere la tangenziale. La stazione di servizio sulla destra, mentre un bel po' di impiegati dopolavoristi si stanno lavando con dovizia l'auto, con una pompa a mano che spruzza acqua ad una velocità impressionante, mi lascia pensare che lo stiano facendo per rilassarsi e per far godere la loro utilitaria, quasi la personificassero e infatti qualcuno ci parla, l'accarezza, la coccola. Attraverso due rotonde e mi immetto su una pista ciclabile rossastra, in mezzo a capannoni industriali che emanano odori forti di vernici e lacche che mi fanno venire in mente ragazzi di strada ai semafori di Fortaleza sporti al finestrino del taxi che chiedono spiccioli strafatti di colla, bruni, ambrati ma tragicomicamente profumati dalle lacche inalate a profluvie. Al termine della ciclabile svolto a sinistra tagliando una rotonda, una collega di lavoro rumena in bicicletta mi riconosce e mi guarda con un improvviso interesse che io immagino persino sessuale , abituata a percepirmi e vedermi come un collega di lavoro piuttosto intellettuale e stolido, potere disinibente dell'atletismo mostrato in strada.<br />Percorro un tratto di strada verso l'involontariamente tautologico Parco della Resistenza, a destra ragazzi fumano uscendo da una palestra di bodybuilding dove a parte rimirarsi allo specchio non hanno fatto molto al contrario di quel che pensano vedendosi grossi. Per correre ci vogliono le palle, non basta fare i pugili, i calciatori, i giocatori di rugby, i karateka, solo la corsa forgia il carattere. E bisogna correre immaginando di fare il doppio di strada di quella che si sa di dover percorrere. Lungo l'inferriata del Parco della Resistenza, sfreccio con la mia maglietta con su scritto “Partigiani Sempre” e un idiota italico medio mi lancia un “meno male che Silvio c'è”, cantato e un “Italia uno” urlato, in questo paese che ha perso il senso del pudore e che non si vergogna più di niente , nemmeno della propria ignoranza. Corro ancora lungo il periplo del parco che fra qualche anno si chiamerà Parco del Grande Fratello , c'è da giurarci, ma niente mi distrae dal completare il mio allenamento, nulla può distogliermi dal mio bipede viaggio quotidiano nel viaggio della vita. Ancora un allungo e infilandomi in dei vicoli, in men che non si dica, sotto gli occhi di esterrefatti passanti, chi fumando, chi flirtando appoggiati a un auto, percorro gli ultimi cento metri, che faccio alla velocità del velocista giamaicano della mia immaginazione. Una volta fermo continuo a camminare. Trenta metri e sono davanti a casa , dove mi fermo davanti ad un palo che segnale divieto di sosta a fare stretching, indispensabile corredo al termine della fatica. Osservo il palazzo di fronte al mio, un palazzone vecchio e crepato, dove al quinto piano alcune finestre sono aperte estate e inverno e nere nigeriane e russe discinte si alternano a lavare piatti e cucinare, lanciando di quando in quando sguardi al mio indirizzo e sorrisi sornioni, in reggiseno alcune, con magliettine che coprono tette free lance, altre. Io rispondo al sorriso e faccio per rientrare nel portone del mio condominio. Nella mente la gradevole immagine di questa gente che sa ancora sorridere e che se ne frega della disperazione, e che anzi la scaccia dalla propria vita in modo ammirabile, mentre lava i piatti nel proprio momento zen della giornata, prima di andare a battere o a fare lavori pesanti e malpagati in pizzerie di italiani che non sanno più apparecchiare un tavolo , o in fabbriche che gli italiani non sano più tenere pulite o prima di andare a mandare i soldi con money transfer in lontani paesi che sembrano sputi su google maps, ma che conservano la memoria genetica di un'umanità che noi italiani abbiamo perso per strada perchè ci siamo creduti americani. Incontro nelle scale un paio di inquilini del mio condominio. Facce tristi e spente di chi  ha casa, box auto e abbonamento a San Siro ma non sa più sorridere alle foglie secche.